Avanzi1

Le società  occidentali evolute, un tempo chiamate industrializzate, nascondono al proprio interno un mondo fatto di scarti.  Viviamo nell’epoca della “cultura dello scarto di cui parla anche Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato sì”. Scarti di prodotti che ci hanno fatto credere indispensabili per rendere felice la nostra esistenza e ora accumulati nelle discariche. Avanzi di cibo, E persino di luoghi che hanno smesso di svolgere il ruolo per cui sono stati costruiti e che ora si trovano in una sorta di zona grigia, privi di cittadinanza: troppo poco attraenti, nei confronti delle grandi aree industriali dismesse, per  interessare i grandi operatori immobiliari. Troppo recenti  e ancora riconoscibili per poter assumere il rango nobile e romantico del “rudero”. Non così speciali da suscitare l’interesse delle Sovrintendenze. Non così   degradati da essere classificabili tra le ruinae. Avanzi, insomma.

Promosso dalla Caritas milanese,  insieme a Davide Rampello e allo chef Massimo Bottura, è nato con Expo il progetto, chiamato “Refettorio milanese”, destinato a rimanere come eredità permanente nella città di Milano. L’obiettivo è di trasformare gli avanzi di cibo provenienti dall’esposizione universale in piatti d’alta cucina per dare da mangiare a chi ne ha bisogno e di offrire questi piatti in un ambiente gradevole e ospitale. Come quelli del pranzo gli avanzi presenti sul territorio rappresentano una risorsa strategica, non solo in quanto disponibili a svolgere una nuova funzione, ma anche in quanto custodi di memorie e storie umane che andrebbero altrimenti perse. Proprio attraverso gli avanzi, è possibile percepire una città invisibile, quella che ciascuno sogna, ricorda, immagina, ma che sfugge all’attenzione conscia (Pignatelli, 1978). L’inconscio non si tocca con le mani, tuttavia il suo intreccio con le narrazioni si colloca in uno spaziotempo a più dimensioni che determina il nostro modo di rapportarci ai luoghi e alla città stessa.

In questa prospettiva la cultura del design può svolgere un ruolo determinante, attraverso l’adozione di  un approccio progettuale innovativo e originale diverso da quello adottato dal restauro o dal progetto di ristrutturazione architettonica. La sfida è quella di sperimentare interventi in grado di riconsegnare questi luoghi a nuove possibilità d’uso,  per consentire attività di varia natura: espositive, abitative, commerciali, culturali, facendo ricorso a dispositivi allestitivi anche provvisori e coerenti con la natura del luogo, introdotti in modo discreto  e finalizzati al suo reinserimento nel tessuto vivo sociale a alla sua valorizzazione anche simbolica.  Il confronto con le diverse teorie del restauro, inteso quale modalità di intervento sul costruito che più di ogni altra spinge a porsi criticamente nei confronti del passato, diventa un presupposto indispensabile per poter operare in modo consapevole su “documenti” che presentano comunque un valore sia storico sia estetico. Considerando il restauro una filosofia prima ancora di una tecnica, si ritiene che la difesa della memoria, della bellezza e dell’autenticità possano promuovere l’identità culturale di un territorio e favorire il benessere collettivo e individuale. Per altri versi il contributo della cultura cinematografica, vista sia nella sua dimensione storica sia come linguaggio espressivo, può svolgere il ruolo determinante di supporto alle fasi di restituzione delle “narrazioni” costruite a partire dalle “storie” dei luoghi scelti per le verifiche progettuali

 Obiettivo del Laboratorio è quello di indirizzare lo studente verso un lavoro di ricerca e di sperimentazione progettuale rivolte ad esplorare un’area disciplinare di confine, collocata tra interior design, arti, restauro, exhibition design, al fine di acquisire una competenza adeguata ad elaborare delle proposte di riuso di questi luoghi. La vera sfida non è tanto quella di immaginare a cosa gli spazi possano essere destinati quanto quella di capire come intervenire, quali strategie progettuali adottare, quali mezzi utilizzare, con quali e quante risorse operare.  Insomma come provare a “inventare una nuova tradizione”, sena perdere di vista quella che è ed è stata la migliore tradizione, italiana ed internazionale, nel campo dell’interior design.

Come nella consuetudine di questo LSF il tema viene in una prima fase indagato attraverso ricerche bibliografiche, analisi di casi studio, indagini anche dirette, al fine di elaborare risposte di natura ancora concettuale e di definizione dell’orizzonte, del τέλος (telos) di progetto.

In una seconda fase queste risposte saranno messe alla prova su una serie di spazi presenti all’interno del Comune di Milano, di proprietà del demanio pubblico, per verificarne la loro applicabilità a realtà concrete esistenti sul territorio. Ciò in collaborazione con la Direzione Centrale Casa e Demanio del Comune di Milano, che fornirà la documentazione sugli spazi interessati dai progetti e avrà il ruolo di interlocutore di riferimento del lavoro del laboratorio, anche in relazione alla possibilità della divulgazione dei i risultati del lavoro svolto.

Parallelamente alle attività del LSF di Milano un corso del KYOBI,  Kyoto College of Arts and Crafts, si misurerà con lo stesso tema sugli stessi spazi milanesi, i risultati verrano alla fine messi a confronto e una parte esposti in uno spazio espositivo della città di Kyoto

Bibliografia

Crespi L. (2013), Da spazio nasce spazio. L’interior design nella trasformazione degli ambienti contemporanei,

Postmedia Books, Milano

Casiello S., Pane A., Russo V. (a cura di), (2008), Roberto Pane tra storia e restauro, Architettura, città, paesaggio, Marsilio, Venezia

Masiero, R. (2005). Nel definire il restauro. In B. P. Torsello (a cura di), Che cos’è il restauro? Nove studiosi a confronto (pp.149-159), Marsilio, Venezia

Allegati

Il restauro si deve limitare all’unità originaria e deve basarsi su ciò che è suggerito dall’unità potenziale dell’opera d’arte, tenendo conto degli aspetti storici ed estetici.

L’opera d’arte presenta una duplice polarità, consistente in due esigenze o ‘istanze’, l’estetica e la storica, che formano un insieme con l’unità potenziale. La sua storicità è indipendente dai valori estetici e dal modo con cui essi possono variare con il tempo. Ambedue le istanze devono essere considerate in caso di restauro. Questo principio è condensato in una definizione di restauro fondamentale accompagnata da due princìpi complementari

–         Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro.

–         Si restaura solo la materia dell’opera d’arte.

–         Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo[2].

I ruderi sono spesso integrati al contesto paesaggistico o in un panorama, come nel caso dei parchi inglesi con ruderi di abbazie medioevali, e dovrebbero essere trattati adeguatamente in relazione a tale nuovo insieme artistico.

Dal punto di vista storico, comunque, le aggiunte possono essere considerate come una nuova fase della storia e, specie in architettura, ciò può essere connesso allo sviluppo ed all’introduzione di nuove funzioni. Le aggiunte possono, in questo modo, essere legittimate e dovranno, per principio, essere conservate. In genere, è necessario rispettare la nuova unità raggiunta con interventi creativi, specie se rappresenta una fase storica. Ogni rimozione dovrà essere giustificata e si dovrebbe lasciarne una traccia sul monumento stesso; altrimenti la distruzione potrebbe indursi facilmente in falsificazione e in abolizione di storia. In merito alle ricostruzioni, la situazione è diversa quando siano tese a interferire con il processo creativo e ad abolire lo spazio di tempo tra la creazione ed il momento del restauro.

(Jukka Jokilehto, Una storia del restauro architettonico)

“Rudero”, scrive Cesare Brandi “sarà dunque tutto ciò che testimonia della storia umana, ma in un aspetto assai diverso e quasi irriconoscibile rispetto a quello precedentemente rivestito. Con tutto ciò questa definizione nel passato e nel presente resterebbe monca se la particolare modalità dell’esistenza, che nel rudero si vede individuata, non si proiettasse nel futuro con la deduzione implicita della conservazione e della trasmissione di siffatta testimonianza storica” (Cesare Brandi, Teoria del restauro, Torino 1963; ed. 1977, p. 30). Dunque il rudere mostra l’evidenza di una ‘innaturalità che non suggerisce una presentazione didattica del reperto materiale, ma piuttosto l’attivazione di un percorso volto al recupero dell’identità, ‘contaminata’ dalla storia, del complesso architettonico; esso si presta piuttosto ad essere conservato che non integrato; atto che pure falsificherebbe la storia. Le rovine, riconsegnati con il restauro i resti al patrimonio, si rivelano in tal modo come singolari occasioni per riscoprire l’infinita complessità del reale, nella sua continua evoluzione e mutazione.

Il progetto di restauro deve necessariamente sollecitare un proficuo rapporto con il rudere, evocativo

frammento materiale, agevolandone la rilettura, utilizzando materiali moderni, secondo il principio del

minimo intervento, piuttosto che compiere una irreversibile sovrammissione; il progetto del nuovo,

francamente contemporaneo, deve compiersi, in sostanza, attraverso un coinvolgimento vitale nei confronti

dell’antico. Paralleli processi di ripristino ambientale permetteranno infine di contestualizzare il reperto

archeologico, inserendolo, nell’ambiente e conservandolo in esso; interesse che assume i caratteri di

un’essenziale elemento di continuità fra passato e futuro. La conservazione diviene in tal modo lo strumento

privilegiato per realizzare una continuità di tempo e di azioni.

[Valeria Montanari]

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